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Il sentiero del leopardo - Seconda parte


reginlaradiosa
Canale: Fantastico

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Mi riscuoto e, tornata al presente, scruto l’oscurità addensatasi fuori dai finestrini.
Esco dall’auto, mi addentro nel bosco e mi spoglio con movimenti rapidi e precisi, giusto un po’ impazienti. Nascondo i vestiti e le scarpe tra i cespugli, poi muto forma.
Accolgo con piacere il tremito delle membra e il bruciore ai muscoli che accompagnano la trasformazione. I miei tessuti gridano per lo sforzo, quando impongo loro di tendersi e rimodellarsi. Nello stesso momento, le ossa paiono andare in frantumi e liquefarsi al medesimo tempo.
Il procedimento non è affatto indolore, ma riesce ciononostante a risultare gradito. È una sofferenza buona, sensata e la percepisco come comprensibile e tuttalpiù naturale.
Mi ricopro di un folto mantello fulvo decorato da irregolari ellissi dai margini scuri. Il mio viso si allunga, convertendosi in muso, gli occhi si spalancano e aumentano di dimensioni, triplicando in grandezza, il naso si appiattisce diventando umido e ancor più sensibile agli odori.
In corrispondenza del labbro superiore, spuntano lunghi baffi bianchi e nella bocca i miei canini crescono a dismisura, facendosi affilati e letali come quelli di una tigre dai denti a sciabola.
Il mio peso si stabilizza attorno alla cinquantina di chili, qualcuno in meno rispetto alla mia forma umana, più del doppio della massa usuale di un normale leopardo nebuloso, ma nella norma per una ragazza-felino come me.
Non perdo tempo, scalo l’albero più vicino e inizio a correre tra i rami. Per mantenere l’equilibrio, bilancio i miei movimenti con accurati guizzi di coda.
Non sono una creatura intrinsecamente da branco, perciò una scampagnata solitaria mi appaga a sufficienza e, anzi, mi sento persino più a mio agio di quanto potrei se fossi in compagnia.
Sebbene mi muova agile e silenziosa, al mio passaggio avverto i concitati spostamenti di innumerevoli prede in fuga. Uccelli e scoiattoli tra le fronde delle piante, lepri e un paio di cerbiatti giù al suolo. Per loro fortuna non sono a caccia, perciò li ignoro, compiaciuta di essere stata subito identificata come una potenziale minaccia.
Affondo gli artigli nel legno e mi ribalto a testa in giù, dondolando per aria ed emettendo brontolii divertiti, quanto di più vicino a una risata sia possibile per un animale. Posso solo immaginare lo spettacolo offerto da un simile gattone, appeso al contrario a una quercia secolare nel bel mezzo delle valli piemontesi. Se un essere umano mi sorprendesse qui così, correrebbe il serio rischio di un attacco cardiaco fulminante.
Andarmene in giro con la pelliccia potrebbe essere considerato un inutile rischio, ma il bisogno di assumere questa forma, di tanto in tanto, è insopprimibile e il benessere fisico e psicologico che ne ricavo non conosce sostituti.
Mi trattengo per un paio d’ore in totale, la maggior parte del tempo poltrendo, facendo le fusa, strofinando la testa e i fianchi contro i rami per poi appoggiarvi il ventre lasciando le zampe a penzoloni.
Ma il momento di balzare a terra e, con un sospiro, ritornare eretta arriva inesorabile.
Recupero gli abiti, mi vesto e salgo in macchina.
Il nuovo appartamento mio e di papà, a Scalenghe, dista appena un paio di chilometri e l’orologio mi conferma che sono già le nove di sera. Deve essere sul punto di concludere la sua riunione aziendale e avviarsi verso casa. Lo precederò con l’intenzione di fargli trovare la cena già pronta.

* * *

La mattina seguente sono così agitata da non riuscire nemmeno a fare colazione. Ho lo stomaco contratto e la tentazione di darmi malata è forte, ma è l’inizio di giugno e, anche se non si può ancora parlare di alta stagione, lo Zoom è comunque troppo affollato per potersi permettere di concedere spazio ai miei inutili capricci.
Alle dieci e mezza affondo le ginocchia nella sabbia bianca e sottile della baia accanto alla vasca dei pinguini africani e distribuisco loro succulenti bocconi di pesce fresco prelevati da un secchio alto quasi il doppio di quei nanerottoli iperattivi.
Spiego ai visitatori del parco che i puntini neri sui loro petti descrivono motivi unici e personali, diversi per ciascun esemplare, proprio come una sorta di impronta digitale.
Terminato il pasto e perso interesse nei miei confronti, gli uccelli marini corrono verso l’acqua con la loro buffa andatura claudicante, così scendo dalla mia postazione rialzata e abbandono il loro habitat per spostarmi di fronte a uno dei due lati a vista della piscina, in modo da incoraggiare il pubblico a osservare l’elegante e giocoso nuoto degli animali mentre io ne descrivo le caratteristiche e le abitudini.
Chiarisco inoltre che chi volesse acquistare un biglietto per Bolder Beach, l’adiacente spiaggetta recintata, e fare il bagno vicino a queste splendide creature, avrebbe modo di sguazzare a breve distanza, separato da loro soltanto tramite una lastra di vetro trasparente.
Nelle successive due ore mi occupo di dar da mangiare alle lontre e poi alla coppia di ippopotami Lisa e Ze Maria, intrattenendo i clienti con aneddoti sulla vita subacquea e all’asciutto di entrambe le specie.
A mezzogiorno e mezzo è prevista una passeggiata nell’area dedicata alla fauna del Madagascar, tra lemuri, testuggini, fenicotteri rosa e pellicani.
Durante la pausa pranzo incontro Monica, Stefano e Claudio davanti allo Zula Food. Assaltiamo il buffet del ristorante e poi ci andiamo a sedere sulla terrazza, mangiando di fronte al panorama mozzafiato del parco sotto di noi.
Quest’anno l’estate si rifiuta di arrivare, ostinandosi a prolungare all’infinito una mite primavera, così, anche se il sole fa timidamente capolino tra le nuvole passeggere, una brezza fresca mi accarezza il viso e mi agita i capelli.
Indugio con lo sguardo sul profilo dell’Anfiteatro di Petra, ancora vuoto in attesa delle esibizioni del pomeriggio. L’ansia, dissipatasi pian piano grazie alla distrazione fornita dalle mansioni svolte nell’arco della mattinata, svanisce del tutto, sostituita da un insidioso senso di attesa, una pericolosa ondata di aspettativa.
Monica è la prima a dover tornare al lavoro, ma i ragazzi e io abbiamo il tempo di rilassarci un altro po’, chiacchierando del più e del meno.
Alle due, Claudio annuncia di doversi incamminare per farsi trovare al proprio posto. La razione quotidiana di carne rossa destinata a tigri, leoni e pantere dovrebbe essergli recapitata da un momento all’altro.
Gli darei volentieri una mano, ma i felini tendono a reagire in maniera insolita alla mia presenza ravvicinata e preferisco evitare di attirare l’attenzione. Piuttosto, accompagno Stefano alla voliera dei pappagalli, tra gli ara araruna, i macao, i cacatua rosa e quelli delle Molucche. Ci sono anche cenerini, amazzoni dalla fronte gialla, caicchi testa nera e lorichetti arcobaleno.
Alle tre, lo saluto per andare a occuparmi di un incontro con il pubblico. Il tema dell’appuntamento speciale di oggi è il nostro gigante del Serengeti, il rinoceronte Freddy, di trentotto anni per due tonnellate e mezza di peso.
All’interno del gruppo di visitatori è presente un giornalista naturalistico, che mi pone alcune domande precise e stimolanti. Colgo l’occasione per trasformare il discorso in un vero e proprio dibattito sulla difficile situazione in natura di questo animale a rischio, sulle gravi conseguenze della superstizione e delle credenze non scientifiche diffuse nel suo Paese di origine, sulla problematica del bracconaggio e sui progetti portati avanti dal parco per contrastare il declino e la scomparsa dei perissodattili africani.
Alle quattro e mezza ho una presentazione sui più illustri abitanti della giungla asiatica: i gibboni siamanghi, seguiti dalle gru e, per concludere, dalle piccole e spinose istrici.
Un’ora dopo, varco l’ingresso dell’arena dei rapaci e trovo posto sugli spalti.
Non riesco a concentrarmi sullo spettacolo offerto da Paolo e le sue poiane né a restare rapita da quello orchestrato da Michelle ed eseguito dai silenziosi padroni della notte – come ama definirli lei stessa – ossia una squadra di gufi, allocchi e civette.
Quando è Sonia a entrare in scena, il cuore mi fa una capriola nel petto. Ha con sé Silver, un avvoltoio testabianca. Dopo la breve presentazione dello speaker, solleva il braccio avvolto da un guanto protettivo in nabuk, eseguendo un movimento deciso ma fluido. L’uccello lascia la presa con cui lo teneva serrato e si alza in volo per andarsi a posare su una delle quattro torrette poste lungo le mura dell’anfiteatro.
La mutaforma si porta alle labbra un fischietto e vi soffia dentro in rapida sequenza, dando comandi all’animale che, consapevole del significato della specifica combinazione di suoni, si esibisce in una serie di spettacolari evoluzioni aeree.
Li osservo rapita, il volatile e la ragazza, il predatore asservito e la predatrice sotto mentite spoglie, entrambi controllati eppure, a un più attento esame, con ogni evidenza dotati di spirito indomito.
Mi colpisce l’autorità con la quale lei lo dirige, padrona assoluta della situazione. Mi chiedo se sia capace di compiere le sue stesse manovre con altrettanta grazia e leggiadra potenza, in forma animale. Sarei pronta a scommettere di sì.
Dopo la loro uscita di scena, fatico a rimanere attenta e a focalizzarmi sul lavoro dei successivi falconieri, perciò sgattaiolo via prima della conclusione dello spettacolo e corro verso lo spogliatoio dei dipendenti per togliere la divisa sudata e ricoperta di polvere.
Mi levo i vestiti in un silenzio carico di pensieri caotici, mi infilo sotto la doccia e, una volta lavata, mi asciugo tamponandomi con una salvietta. Quindi procedo a indossare un paio di jeas puliti, una maglietta aderente e delle ballerine rosse, abbinate alla t-shirt.
I colleghi con cui ho condiviso il turno sono già andati via, gli altri si fermeranno ancora mezz’ora, prima di cominciare a preparare gli animali per la notte, perciò per il momento sono sola.
Sto frugando nella borsa in cerca della trousse con i trucchi, quando la porta si spalanca e Sonia fa irruzione, trafelata. Nel vedermi, si blocca e arrossisce, restando senza parole. Oppure niente di tutto questo, perché potrei benissimo averlo immaginato e aver interpretato ogni cosa come mi fa più comodo.
«Sei qui», dice dopo un momento, all’apparenza sollevata. «Pensavo fossi scappata.»
«Cosa? No, niente affatto.»
Sorride e sulle guance le compaiono due adorabili fossette gemelle. «Allora non hai cambiato idea?»
Scuoto la testa.
«Bene. Ti ho vista all’arena, durante il mio numero, ma poi non eri in mezzo al pubblico, all’uscita.»
Deve avermi aspettata fuori dall’anfiteatro, dopo aver portato via Silver.
Mi stringo nelle spalle, fingendomi tranquilla. «Avevo bisogno di darmi una ripulita.»
«Certo, scusami.» Scrolla il capo e si guarda intorno. «Allora mi cambio anch’io, prima di andare. Puoi rimanere dove sei, nel frattempo?»
Annuisco e indico la porta. «Starò proprio qui fuori.»
«No, un secondo», esclama, mentre mi dirigo all’esterno. Si protende verso di me, ma si ferma appena prima di toccarmi. Ha gli occhi sgranati e continua a grattarsi un gomito con fare nervoso. Sembra in imbarazzo. «Mi dispiace, mi sto comportando in maniera ridicola, me ne rendo conto.»
È tanto vicina che riesco a sentire il suo respiro sfiorarmi la pelle, una carezza invisibile che mi attraversa insinuandosi in profondità. Non so cosa stia succedendo, eppure una parte di me, sepolta nell’inconscio, non ha alcun dubbio.
Assecondando l’istinto, mi allungo ad accarezzarle un braccio con il dorso della mano, un contatto timido ma implacabile, impossibile da arrestare.
È come se avessi appena smosso delle braci incandescenti. Le mie nocche vanno a fuoco e fiamme invisibili mi risalgono rapide fino al polso per poi, serpeggiando, in un soffio raggiungere la spalla.
Inizio a tremare. Un’energia liquida e bruciante mi si insinua nelle vene, portandole a ebollizione e facendole crepitare. Il mio respiro diventa affannoso, il battito cardiaco impazzisce e percepisco la pulsazione di un secondo cuore rincorrere quella del mio e prendere a galoppare allo stesso ritmo, palpitando all’unisono.
Sprofondo nello sguardo di Sonia e mi perdo. La avverto in modo completamente nuovo, approfondito e totalizzante. Ne divento consapevole come di me stessa e d’un tratto posso sentire con disarmante chiarezza cosa le si agita dentro. Conosco le sue emozioni bene quanto quelle che mi appartengono in prima persona e le due cose finiscono presto per confondersi, intrecciandosi in maniera inestricabile.
È un’intimità mai sperimentata in precedenza, ma della quale ho già sentito parlare.
Impossibile. Sono solo assurde leggende. Eppure… sulle mie dita, dall’estremità inferiore delle unghie fino al polso, è comparsa una sinuosa voglia a forma di piuma, mentre sul suo bicipite destro spicca l’orma della mia zampa, un inequivocabile marchio di appartenenza.
«Arest», sussurra lei, dando voce ai nostri pensieri congiunti. «Siamo arest.»
Non potrei essere più incredula e confusa. Sto per indietreggiare, ma lei mi afferra con delicatezza per i fianchi, bloccandomi e attirandomi a sé. Non per braccarmi o accorciare ulteriormente le già scarse distanze, ma perché non vuole vedermi ritrarre e teme mi allontani.
Sul suo viso scorgo una gioia titubante offuscata da nubi di incertezza. Dalla sua espressione traspare un’esitazione suscitata unicamente dalla mia riluttanza.
Non riesco a credere che stia capitando per davvero. Non riesco a capacitarmi di aver trovato una possibile dimidium. Un’arest femmina. Qualcuno che mi piace, da cui mi sento attratta.
Quanta paura ho avuto dei miei stessi sentimenti, di ammettere di essere diversa da come i miei genitori si sarebbero aspettati, da come mio padre mi vorrebbe?
Ma se ora è la natura stessa a guidarmi nella giusta direzione, a suggerirmi lei come compagna, allora non può essere sbagliato, io non posso essere sbagliata.
Dal petto mi si solleva un peso che non mi ero neppure del tutto accorta di portare. Lo percepisce anche Sonia, perché le sue labbra si arricciano verso l’alto e negli occhi le si accende una scintilla di trionfo di fronte alla mia muta resa.
Non so nemmeno cosa dire. Mi esce fuori dalla bocca una frase sciocca. «Lo sapevo che avevi le ali.»
Lei studia la mia impronta scura sul suo braccio. «Io invece non mi aspettavo niente del genere, a essere onesta. Ti avevo immaginata molto più innocua.» Lo dice con un accenno di malizia e malcelata soddisfazione, come se la forza e la fierezza della mia seconda forma la inorgoglissero. «Non vedo l’ora di scoprire quanti altri segreti nascondi, gattina.»


Gli altri libri della serie "Arest":
L'ombra della cometa: ​https://goo.gl/w6VbhU​
Misteriosi lasciti e oscuri doni: https://goo.gl/EEQAHW​


Catalogo Dunwich: http://goo.gl/4JAQYf​​ ​​​