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Il sentiero del leopardo - Prima parte


reginlaradiosa
Canale: Fantastico

Rhao-mei

Inghiotto una compressa da cinque milligrammi di Farlutal, abbasso il coperchio del water e mi ci siedo sopra.
Raccolgo le ginocchia al petto, mi circondo le gambe con le braccia e ci appoggio contro la fronte. Strizzo le palpebre, stringo i pugni e serro i denti fino a far dolere le mascelle.
Cerco di respirare il meno affannosamente possibile e lo faccio dal naso. Non piagnucolerò, non emetterò un singolo suono. Non perché non faccia male, al contrario. Ma perché al dolore, pur continuando a faticare a sopportarlo, dopo un po’ purtroppo ci si abitua. Finisce per diventare routine, ordinaria amministrazione, più un fastidio che altro. E infatti quasi non mi importa di soffrire, però detesto la consapevolezza di avere un simile punto debole, di non poter evitare di lasciarmi limitare dalla malattia. Odio restare bloccata nel maledetto bagno dei dipendenti per tutta la durata della pausa pranzo.
Sento la mancanza delle iniezioni di Leuprorelina. Perché la cura non funziona?
«Rhao-mei?» mi chiama Monica, bussando alla porta del cubicolo nel quale sono rifugiata. «Sei qui?»
Mi schiarisco la gola e cerco di parlare con tono di voce neutro e tranquillo, di sembrare padrona di me stessa, insomma. «Sì, esco subito, dammi soltanto un momento.»
«Non sei venuta a mangiare. È tutto a posto? Stai di nuovo male?»
Nessuno, qui al lavoro, conosce le mie condizioni di salute. All’inizio ho evitato di parlarne per timore di compromettere la mia assunzione, poi per paura di essere scaricata subito dopo il periodo di prova. Alla fine ho continuato a tacere a causa di una radicata reticenza a espormi a potenziali critiche o, ancor peggio, ad atteggiamenti compassionevoli.
L’endometriosi è una malattia poco nota e ancor meno compresa. Preferisco tenere certe cose per me e risparmiarmi ulteriori complicazioni.
«No, non preoccuparti. Niente del genere.»
«Sei sicura? Forse il tuo fisico non si è ancora completamente ripreso da quella terribile influenza intestinale. Sembra stia continuando a girare. In ogni caso non ti conviene strapazzarti troppo. Non casca il mondo se ti prendi un paio di giorni di riposo. Possiamo pensarci Stefano e io a coprire i tuoi turni.»
Dopo una laurea triennale in scienze biologiche con curriculum ecologico-ambientale, entrare a far parte del team di Zoom mentre mi specializzo in evoluzione del comportamento animale e dell’uomo è praticamente un sogno che si avvera.
Questo parco naturalistico, ispirato al concetto di zoo-immersione e progettato per la protezione delle specie a rischio di estinzione, è un vero e proprio angolo di paradiso, sia per la biologa in me sia per il mio lato ferino. Quale mutaforma non si sentirebbe a proprio agio in un luogo del genere, a metà strada tra le sue due nature, in bilico tra il disciplinato e il selvaggio?
«Non serve», esclamo, facendomi coraggio e uscendo dalla toilette.
Monica, in attesa nell’antibagno, si sta controllando allo specchio i lucidi boccoli color miele e sistemando la divisa, costituita da una polo verde scuro con il logo del parco ricamato sul pettorale sinistro, un paio di pantaloni verde militare, scarpe da ginnastica e un cappellino con la visiera.
La affianco di fronte al lavandino, mi lavo le mani e mi rinfresco il viso, prestando attenzione così da non bagnare il badge assicurato al nastro di seta che mi circonda il collo e mi penzola all’altezza del ventre.
«Sei molto gentile a preoccuparti, ma sto bene. Posso cavarmela», le assicuro, grata per la sua premura.
Lavoriamo insieme da appena tre mesi, ma siamo in rapporti amichevoli. Anche se non ci frequentiamo quasi per nulla nel tempo libero, lei e la maggior parte degli altri keeper sono diventati un po’ una sorta di seconda famiglia per me. In particolar modo da quando quella effettiva si è smembrata e ho a stento contatti con mia madre e mia sorella.
«D’accordo. Sono quasi le due, sarà meglio avviarci. Abbiamo una scolaresca in attesa che cominci lo spettacolo Conosci le tartarughe», mi ricorda.
Annuisco, lego i capelli neri lunghi fino alla vita in un’alta coda di cavallo e la seguo, pronta a fare il mio dovere.
Trascorro l’ora successiva a raccontare a un gruppo di affascinati bambini di quarta elementare tutti i segreti delle testuggini giganti delle Seychelles, che possono vivere fino a duecentocinquant’anni e arrivare a pesare oltre duecento chili.
Alle tre del pomeriggio, mi sposto nell’area riservata alla fauna di origini asiatiche e raggiungo il tempio diroccato che fa da ambientazione alla presentazione delle tigri dell’Amur.
Introduco al pubblico i tre splendidi felini: i fratelli Boris, Yuri e Khan. Come al solito, un brivido di riconoscimento mi corre lungo la schiena e devo sforzarmi di sopprimere l’impulso di chiudere gli occhi e iniziare a fare le fusa.
La mia seconda forma è quella di un leopardo nebuloso, ma tendo a percepire tutti i grossi gatti come potenziali compagni di gioco e loro paiono sentirsi attratti da me in eguale misura. Purtroppo, trasformarmi all’interno del parco è fuori discussione, perciò non ho mai avuto il piacere di avvicinarmi più di tanto agli stupendi predatori a strisce arancio e nere con qualche spruzzata di bianco.
Alle quattro è la volta degli animali del Serengeti. Invito i visitatori ad armarsi di macchina fotografica e avventurarsi con me in un safari alla scoperta della savana africana, a passeggio tra giraffe, zebre, antilopi e struzzi.
Un’ora e mezza più tardi il mio turno è finito e posso tirare un sospiro di sollievo e prepararmi a tornare a casa. Di norma mi piace prendermela comoda e passare a salutare i colleghi, prima di andare via, ma oggi sono esausta e mi sento come una leonessa ferita in cerca di una tana sicura nella quale fermarsi a riposare, così mi avvio a passo spedito verso gli spogliatoi.
Quando gli passo accanto, ignoro deliberatamente l’Anfiteatro di Petra, dove l’esibizione dei rapaci ammaestrati dovrebbe avere inizio a momenti. Il caso vuole però che mi imbatta proprio nella persona che speravo di riuscire a evitare e, al medesimo tempo, avrei desiderato incontrare con un’intensità imbarazzante quanto inappropriata.
Sonia inarca un sopracciglio e solleva un angolo della bocca. «Ehi, ciao. Stai andando via?»
Il suo liscio caschetto asimmetrico questa settimana è color prugna, gli occhi azzurro cielo sono enormi e limpidi, bellissimi senza bisogno di alcun tipo di trucco a esaltarne le forme, al contrario dei miei, a mandorla, immancabilmente incorniciati da una linea di eyeliner.
Ha labbra carnose e invitanti e l’accenno di abbronzatura tipico di chi trascorre molto tempo all’aperto. Profuma di alta quota, di vento impetuoso e di piume arruffate, ma non per via degli animali con cui lavora. Emana infatti una sottile vibrazione, capace di increspare l’aria che la circonda, chiaro indizio della sua duplice natura.
Sappiamo entrambe di avere un segreto in comune, pur essendoci ben guardate dal sollevare l’argomento, finora.
Anche senza poterlo sapere con assoluta certezza, giurerei che la sua seconda forma abbia ali per volare, artigli poderosi e un becco spesso e acuminato. Dai modi di fare schietti e sicuri di sé è fin troppo evidente: non potrebbe mai essere una preda, ha la caccia nel sangue.
Il mio stomaco si capovolge. «Sì, ho finito per oggi», bisbiglio, agitandomi. Il mio cuore – maledetto muscolo involontario – ha già accelerato i battiti, la mia pelle formicola.
«In realtà speravo potessimo uscire insieme, questa sera», dice. «Appena arrivata ti ho cercata per chiedertelo, ma non sapevo dove trovarti.»
Il mio respiro incespica, poi il suo ritmo aumenta, diventando frenetico e facendo bruciare i polmoni, quando tento di dissimulare la reazione e di fingere di essere in grado di mantenere il contegno. L’iperossigenazione e l’incremento del flusso sanguigno sono entrambi segnali dell’attivazione del sistema nervoso simpatico. Stupide reazioni biologiche automatiche!
Devo impegnarmi per far carburare il cervello ed evitare che si spenga. Ragiona, Rhao-mei. Siete le uniche due mutaforma nel raggio di chilometri, per questo dimostra interesse nei tuoi confronti. Non ci sono altri motivi, mi dico, appellandomi alla razionalità. Perché è evidente che io sia l’unica a ridursi in gelatina tremante in presenza dell’altra.
«Ecco… veramente adesso non posso proprio. Sono molto impegnata», mento.
Non so nemmeno perché sto rifiutando. Avrei davvero voglia di passare del tempo con lei, da qualsiasi parte, noi due da sole. Anche se per le ragioni sbagliate, porca miseria.
Però me la faccio sotto, ho paura di lasciarmi affascinare da certe strane idee con il rischio di restare delusa. O magari di non restare delusa. Ipotesi altrettanto spaventosa.
Sonia si morde il labbro inferiore – per torturarmi, presumo – e lancia un’occhiata all’arena. Deve affrettarsi, lo spettacolo sta per cominciare e il suo numero di falconeria è solo il terzo in scaletta.
«Domani ti andrebbe bene, invece?»
«Come?»
«Domani. Avresti tempo di uscire con me, alla fine del turno?»
Mi vuole morta, non c’è altra spiegazione. «Sì», rispondo senza pensare. Un secondo dopo mi sto già pentendo di aver aperto bocca.
Lei sorride, illuminandosi in viso. «Fantastico. Davvero, sono felice di poter… insomma, di conoscerci meglio.»
Non è mai stato tanto difficile ignorare i possibili sottintesi delle parole di un’altra persona. Si tratta soltanto di trascorrere qualche ora di svago – assolutamente platonico – tra conoscenti, al massimo potenziali amiche. Niente di più. Soprattutto, non sarà un appuntamento. È ridicolo anche solo ipotizzarlo. Giusto?
«Certo. Allora ci vediamo.»
Annuisce. «Non vedo l’ora.»
Rimango a guardarla mentre corre verso l’anfiteatro. Non riesco a credere di essermi appena cacciata in una situazione simile. Avverto già le prime avvisaglie di un’emozione che non dovrei provare, di un desiderio del quale non riesco a vergognarmi abbastanza. Sono davvero masochista.

* * *

Sulla via di casa mi sento irrequieta e continuo a pensare alla mamma e a Sai-hong, al mio fidanzamento, alle cose che non ho mai avuto il coraggio di dire a nessuno e a quelle che ancora non ho ammesso nemmeno di fronte a me stessa.
Nei dintorni di Airasca, devio dal percorso prestabilito e imbocco una stradina di campagna. C’è un boschetto poco frequentato, qui vicino, a breve distanza da un immenso campo di granoturco. Parcheggio al limitare degli alberi e aspetto che faccia buio. Sebbene a quest’ora la zona sia praticamente deserta, non posso correre il rischio di essere vista.
Spengo il motore, estraggo le chiavi dal quadro di accensione e mi chiudo dentro, premendo l’apposito pulsante sulla portiera dal lato del guidatore, poi scivolo sul sedile posteriore e mi sdraio supina a fissare il tettuccio.
Il sole sta già tramontando e l’attesa non si prospetta molto lunga, ma sono impaziente, ho bisogno di muovermi, non voglio restare sola con i miei ricordi e lasciarmi sommergere dal senso di colpa e dalla preoccupazione.
Per quanto mi impegni, non riesco però a evitare che la mia mente si protenda in direzioni indesiderate. Nell’abitacolo c’è troppo silenzio per poter ignorare la voce insistente dei miei pensieri più cupi o distrarmi da essi, dalla consapevolezza di essere la principale responsabile della disgregazione della mia famiglia e dal timore di perdere anche ciò che ne rimane.
A ottobre dovrei terminare gli studi. In seguito, fino a poco tempo fa, era previsto che mi trasferissi in Cina per andare a conoscere e sposare entro la fine dell’anno Ben-yi, un giovane mutaforma della mia stessa razza.
Come i comuni leopardi nebulosi, anche noi siamo rimasti in pochi, così non sembra del tutto illogico che genitori previdenti spingano gli ultimi rimasti ad accoppiarsi tra loro per portare avanti la specie. Ma è solo questo che siamo, animali con un imperativo biologico da assecondare, schiavi degli aspetti più infimi della nostra natura selvaggia?
Non se n’è parlato fin da subito, in principio era un sottile sottinteso. Nel combinare il matrimonio si è fatto riferimento all’unione di due stirpi, a un sodalizio tra sopravvissuti, bestie rare e in via di estinzione. È stata la mia malattia a portare a galla la verità nuda e cruda. Quando i coniugi Zhao hanno scoperto che uno degli inevitabili rischi dell’endometriosi è una sterilità irreversibile, hanno fatto marcia indietro alla velocità della luce.
Per me è stato un sollievo. Non ho mai voluto un marito, ma nemmeno avevo trovato il coraggio di rifiutare la proposta e spiegare ai miei familiari perché fossi contraria e pienamente convinta di non desiderare niente di simile.
L’idea di essermi trasformata in merce difettosa, alla fin fine, risulta persino rassicurante, mi esime dal gravoso compito di accettare un compagno al solo scopo di mettere al mondo dei cuccioli, realizzando progetti di vita mai condivisi, ma che tutti danno per scontato mi calzino a pennello.
Non mi sono neppure soffermata a domandarmi se vorrei diventare madre, un giorno. Non ne ho avuto occasione. Prima mi sentivo oppressa dall’idea che fosse un mio preciso dovere, un’imposizione degradante nel suo ridurmi a poco più di un’incubatrice senziente. Mi sembra quasi di aver schivato un proiettile, adesso. Nella disgrazia di scoprirmi malata, ho avuto modo di trarmi in salvo, da questo punto di vista.
Una tale inadeguatezza, tuttavia, sebbene provvidenziale per la sottoscritta, da mia madre è stata vissuta come un’autentica tragedia. Nella possibilità di darmi in sposa aveva riposto tutti i suoi sogni e le sue speranze. Incapace di arrendersi alla sconfitta, ha quindi proposto che mia sorella mi sostituisse e venisse promessa a Ben-yi al mio posto. Gli Zhao hanno però preteso da lei che si sottoponesse a una serie di test di fertilità, prima di accettare.
In quell’occasione, ho assistito a un evento senza precedenti. Passivo fino ad allora, mio padre, a un tratto stufo e amareggiato, ha finalmente preso posizione, rendendomi orgogliosa come mai prima. «Le mie figlie non sono vacche da monta!» ha sbottato, furioso. Lui, sempre composto e mai volgare né sopra le righe.
Ne è conseguita una lite accesa e protratta, sfociata in una separazione mirata al divorzio. Non riesco a togliermi dalla testa il pensiero che, dopo trent’anni passati insieme – trent’anni di amore e di devozione, di complicità e comunione d’intenti – i miei genitori si siano lasciati soltanto per colpa mia.
«Non è così», mi rassicura papà, quando sollevo il discorso. «Tua madre mi ha profondamente deluso, Rhao-mei. La responsabilità è da attribuirsi unicamente a lei.»
Lo spiega con una tale tristezza nella voce e nello sguardo che fatico a trattenere le lacrime.
Cosa farei senza di lui? Come posso sopportare il peso di sapere che ha rinunciato a tutto pur di spalleggiarmi? E come potrei mai confessargli che non mi sento tradita né umiliata, perché non sarei stata felice con Ben-yi in ogni caso, non avrei comunque potuto amarlo, nemmeno se fossimo riusciti a incontrarci senza ostacoli, neppure se si fosse trattato del ragazzo migliore del mondo?
Nei miei peggiori incubi, lui scopre la verità e ne rimane devastato. Sono io a deluderlo, questa volta, non lasciandogli altra scelta se non quella di pentirsi troppo tardi di aver mandato a monte il suo matrimonio per una figlia del genere.
Alla fine, Sai-hong ha acconsentito alle richieste della famiglia Zhao, dichiarandosi convinta che la fedeltà nei confronti della razza si ergesse al di sopra di qualsiasi parentela di sangue, sebbene le dispiacesse mostrarsi sleale nei miei confronti. Lei e la mamma sono partite per la Cina senza voltarsi indietro. Papà e io abbiamo lasciato Torino e la casa in cui sono cresciuta per trasferirci in un monolocale in provincia.


Continua con la seconda parte sempre su 20Lines!

Gli altri libri della serie "Arest":
L'ombra della cometa: ​https://goo.gl/w6VbhU​
Misteriosi lasciti e oscuri doni: https://goo.gl/EEQAHW​

Catalogo Dunwich: http://goo.gl/4JAQYf​​ ​​